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Camera dei deputati, Decreto-legge 24 gennaio 2012
Il 18 novembre scorso, come minoranze linguistiche abbiamo manifestato in quest’aula attenzione, interesse e disponibilità verso un Governo di coesione nazionale che tentasse di portare il Paese fuori dal mare tempestoso in cui rischiava di naufragare e gli abbiamo accordato il nostro voto di fiducia.
In questi mesi, diamo atto al Governo, ed in particolare al Presidente Monti, di aver operato intensamente in tal senso.
Non ne abbiamo condiviso tutte le decisioni. Ci attendono altri passaggi delicati, quali la riforma del mercato del lavoro, su cui auspichiamo che vi possa essere il massimo di condivisione, secondo l’autorevole monito del Capo dello Stato.
Ma è fuor di dubbio che l’Italia sta riacquistando in Europa il peso che le compete e che mai avrebbe dovuto perdere in quanto cofondatrice delle istituzioni comunitarie, mentre il percorso del risanamento economico, inevitabilmente complesso ed accidentato, è stato avviato.
E tuttavia vi è una questione fondamentale su cui non possiamo tacere il nostro serio disappunto e dissenso.
Nelle sue dichiarazioni programmatiche, il Presidente Monti affermò chiaramente, cito, che “Il Parlamento è il cuore pulsante di ogni politica di Governo, lo snodo decisivo per il rilancio e il riscatto della vita democratica. Al Parlamento vanno riconosciute e rafforzate attraverso l’azione quotidiana di ciascuno di noi dignità, credibilità, autorevolezza. Da parte mia - concludeva il presidente Monti - vi sarà sempre una chiara difesa del ruolo di entrambe le Camere”. Sottolineo entrambe. La raffica di voti di fiducia a cui siamo sottoposti va esattamente nella direzione opposta.
Su questo decreto-legge oggi all’esame della Camera, cosiddetto Liberalizzazioni, siamo chiamati ad un ruolo puramente notarile, nell’apporre un timbro senza alcuna possibilità di intervenire nel merito. Questo è inaccettabile. Si tratta di un vero e proprio vulnus al procedimento democratico di formazione delle leggi. Procedimento oggi certo farraginoso e da riformare il più rapidamente possibile, ma ciò non può essere una giustificazione per svilire e mortificare la funzione dei singoli parlamentari che si esprime, significativamente, tramite la funzione emendativa.
Oggi, siamo qui ridotti a discutere di ordini del giorno, sul cui effettivo valore i dubbi sono ampi e legittimi.
Non disponendo di altri strumenti, sottopongo comunque alla Sua attenzione, signor Ministro, una questione che ha suscitato forti critiche e stupore nella Regione che qui rappresento, la Valle d’Aosta.
Con l’art. 2 del decreto-legge si istituiscono i Tribunali delle imprese, o meglio si ridefiniscono ed ampliano le funzioni delle sezioni specializzate in materia di impresa, con l’obiettivo di ridurre i tempi della giustizia civile, almeno per quanto concerne le controversie di diritto commerciale e societario. Sezioni che sono, opportunamente, istituite in ogni capoluogo di regione. Ma con esclusione della Valle d’Aosta! Chiedo perciò al Ministro se, a nostra insaputa, siano stati modificati gli articoli 116 e 131 della Costituzione che elencano le Regioni italiane. La Valle d’Aosta, anche se la più piccola del Paese, è una Regione a tutti gli effetti. Con pari dignità istituzionale. E’ quindi del tutto incomprensibile ed inaccettabile l’esclusione che ne viene fatta per quanto concerne il Tribunale delle imprese, con evidente disparità di trattamento rispetto a tutte le altre Regioni ed aggravio di spese per cittadini, imprese e pubbliche amministrazioni costretti a spostarsi fuori dal territorio regionale per esercitare i propri diritti.
Sollecitiamo perciò il Governo a porre rimedio a questa norma assurdamente discriminatoria intervenendo nel primo provvedimento utile.
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